nato a Golasecca in provincia di Varese nel 1942, è vissuto
a Milano dove morì lo scorso anno per una grave malattia.
Ha pubblicato il suo primo libro di versi,
Le cahier de Monique Charmay nel 1987, ma è con
Novecento (Einaudi 1992) che ha trovato una piena
realizzazione della sua personalità poetica dopo precedenti esperienze come saggista e redattore della rivista culturale “Il piccolo Hans”.
Novecento si impone attraverso una scrittura che mostra una lucidità razionale e una compattezza stilistica frutto di un approfondimento della
grande poesia europea del secolo trascorso. Una ulteriore acquisizione di autonomia e originalità è nel successivo
Felicità (Mondadori 1998),
nel quale trova una presenza di netto risalto il poemetto che riprende, aggiorna e intensifica gli elementi tematici e ispiratori dell’opera
d’esordio. In
Animali e uomini (Mondadori 2003) la pronuncia di Krumm si fa ancora più precisa, acuta ed essenziale e il pensiero indaga attraverso
immagini ed elementi della realtà quotidiana, il rapporto tra due forme di vita: animali e uomini. Esso scava nel profondo dell’esistenza alla
ricerca di un senso che faccia manifesto sulla carta. La poesia di Krumm muove da posizioni vicine alla linea lombarda: una poesia proiettata
verso la quotidianità, fatta di un linguaggio scarno, essenziale, a volte minimale e ripulito da ogni appesantimento di letterarietà. Tuttavia
la poesia di Krumm risalta per la ricchezza di temi e sfumature proposte: l'amore, le stagioni, i luoghi della quotidianità e della vacanza, la
meraviglia della natura che assiste al nostro passaggio, i bilanci di un'esistenza, il depositarsi del vissuto nel colore e sulla tela come nel
testo. Una poesia generosa e aperta, capace di forti slanci comunicativi ma sempre controllatissima nel linguaggio e nel racconto delle emozioni.
La ricchezza delle immagini, che conferiscono alla poesia di Krumm una veste quasi pittorica, deriva dalla frequentazione del poeta con l’arte
contemporanea (era critico d’arte di professione), frequentazione che ha attivato un continuo e fecondo processo di osmosi tra arte e poesia.
LETTURE TESTI DI KRUMM a cura di Marcello Caroselli
SIETE COME GLI UCCELLI DEL CIELO
(anche se avete famiglia e lavoro)
Non porta a nulla in poesia
cercare la poesia. Eppure
prima che non significhi più nulla
un qualche niente progredisce,
si fa spazio. Ora, le parti
sono maggiori del tutto
ma non c'è tutto in poesia
solo quanto basta perché batta
la lingua-mano nuove tenere parole,
piane e semplici. Così la scintilla,
che aggiungendo se stessa s'aggiunge
dove nulla accade o muta s'innalza
sul lieve tremolare delle onde.
PAESAGGIO
Due balze più sopra, il muro
è freddo e muto. In aria il fumo
si perde con il filo dei rami,
gli uccelli ruotano, appesi
dietro alla lama di un pesce.
Tutto si fa curvo, veloce come a Cagnes,
grandi tronchi imbandierano il vento,
e di quest'autoritratto come albero,
da cui ti scrivo, presto non si scorgerà
che il ripido pendio e nessun
osservatorio in bilico su una terrazzetta.
[da
Felicità, 1998]
Un animale mi guarda,
uno specchio vivo, un punto
ancora netto in alto
la sua presenza,
tra sassi ed erbe il suo contorno
entra nella macchia
come la pallina nella buca del biliardo.
Non diversamente apparivano
e sparivano gli antichi dei
con imperturbabile naturalezza.
[da
Animali e uomini, 2003]
dal
CORRIERE DELLA SERA 15 giugno 2006
Medhat SHAFIKè nato a El-Badari, in Egitto, nel 1956. Si è trasferito a Milano nel 1976, dove si è diplomato in Scenografia all’Accademia di
Belle Arti e dove vive tutt’ora. Shafik è un artista poliedrico: pittore, scultore, scenografo, ha lavorato come doppiatore e scrive poesie.
Ha esposto in numerose città europee e in Egitto. È noto per le sue istallazioni e ha raggiunto nella seconda metà degli anni ’90 un successo
internazionale, consacrato nel 1995 quando, alla Biennale di Venezia, il Padiglione d’Egitto da lui rappresentato viene insignito del Leone d’Oro
destinato alle nazioni. Nonostante shafik viva da molti anni in Italia ed esponga prevalentemente in Europa egli rimane profondamente legato
all’Egitto. Il segreto della sua arte sta proprio nella capacità di coniugare le suggestioni e i colori dell’arte orientale con il mondo
espressivo delle avanguardie occidentali, dando così vita a creazioni fascinose e sorprendenti. La sua opera crea ponti tra le due sponde
del mediterraneo e tra epoche diverse. La sua arte infatti è suggestionata dalla cultura dell’antico Egitto come dai luoghi, dalle tradizioni
e dagli elementi naturali che costituiscono la culla della civiltà mediterranea. Ne è testimonianza l’uso di materiali come la pietra, il
rame, i ciottoli di fiume, la sabbia del deserto declinati nei colori del giallo e dell’ocra. Questi materiali portano con se il tempo e la
storia millenaria che gli hanno plasmati: sono cioè – dice Shafik – caricati di senso e significato. Shafik usa questo significato nella sua opera.
Ciò che colpisce in Shafik è proprio l’uso dei materiali. Egli nei suoi quadri come nelle istallazioni tende a mischiarli, facendo nascere l’opera
proprio dall’interazione delle diverse materie, lavorando sull’idea dell’ancestrale, dell’alchemico. Il linguaggio dell’opera è il linguaggio
della materia, una materia che è originaria e primordiale: la pietra, l’acqua, la sabbia abbiamo detto. È proprio questo linguaggio originario,
primordiale che ci porta alla poesia. La poesia infatti cerca la parola originaria, mira al nocciolo, asciugando “limando” il linguaggio fino
alle sue ultime possibilità. Shafik è attento al linguaggio. Lui stesso in un‘itervista ha detto che la sua prima preoccupazione arrivato in
Italia è stata quella di apprendere la lingua. Il linguaggio di Shafik è poetico nel senso di primordiale: non è un caso che egli inserisca
nelle sue opera segni che ricordano più che la lingua araba i pittogrammi e i graffiti degli uomini primitivi, rimandando a un’epoca dove la
scrittura era elementare segno pittorico
Passioni richiama tutto questo: si tratta di 12 incisioni (qui presentiamo la prima serie di 4) nate insieme a testi di Ermanno Krumm composti
e pubblicati per l’occasione. Non ci rimane quindi che lasciarci suggestionare da questo incontro.
Le opere in mostra

Albeggia
Vengono fiumi di luci
e tutto va a soqquadro
nell’orbita buia senza cellule,
flash o lampade alogene, in un mare di luce da tutte le parti
e sul tuo volto
che dormendo lasci al mio sguardo.

In due stanze, assorti nel lavoro,
non sapevo che non avrei goduto
più
di quanto bastava traversare
due porte per toccarti;
stavamo nello stesso letto e non sapevo
che non avrei trovato più
di quando tenevi
chiuso ogni pensiero
nel sacco, nell’avvolgente buio
guidando i miei passi nel sonno.