Inquadramento storicoNello scrivere dell’arte e delle opere di Cavallini “Pittore Romano” il Vasari inizia con questa breve e significativa
descrizione delle condizioni di Roma nel XIII secolo:
“Era già stata Roma, anni di seicento non solamente priva delle buone lettere, et dela buona gloria
dell’armi; ma eziandio di tutte le scienze et di tutte le virtù, et d’ogni buono artefice: pure quando Dio volse le diede uno, che ’ornò grandemente. Costui fu
dipintore, et chiamassi Pietro Cavallini Romano, perfettissimo maestro di Musaico la quale arte insieme alla pittura l’apprese da Giotto, nel lavorare che aveva
fatto con esso lui, nella nave del Musaico di San Pietro…..”. Con Costantino Imperatore (280-337) Roma inizia il suo più grande sconvolgimento politico e
culturale della storia antica che ne modifica la funzione di centro dell’Impero a quello di centro della Cristianità i cui momenti più importanti possono essere
sintetizzati, il primo, nel trasferimento della capitale a Costantinopoli (330) e il secondo, Teodosio Imperatore (347-395), con la divisione dell’Impero in
“Romano d’oriente” e “Romano d’occidente” (395); questo ultimo sopravvive fino al 476 quando l‘assenza di qualsiasi potere politico e militare lasciano Roma indifesa
dalle scorrerie delle popolazioni germaniche. La grande città comincia lentamente a disgregarsi, pezzo per pezzo, ad iniziare dai monumenti, depredati dei marmi e
crollati, per proseguire poi con gli uomini che non hanno più la sicurezza di essere “cittadini romani” in una città oramai priva di acqua, preda dei barbari bramosi
di bottino e privi di ogni sentimento d’amore e di rispetto per la civiltà romana ancora presente nei fori e nei palazzi imperiali.
La distruzione degli
acquedotti rende i colli di Roma oramai sterili e abbandonati per creare nuove concentrazioni abitative lungo gli argini del Tevere e in ogni area dove fosse
possibile avere dell’acqua facile.
Le aree di Campo Marzio e di Trastevere vengono occupate in maniera scoordinata e priva di ogni regola (non esistono più i
Magister Viarum) le case e le strade nascono su vecchi tracciati romani o, il più delle volte, spontaneamente, dove capita. Il periodo di seicento anni (ma forse
sarebbe meglio dire ottocento) indicato dal Vasari è il più difficile dell’esistenza di Roma che certo non migliora all’epoca di Cavallini: il conflitto tra i Papi,
gli Imperatori tedeschi, i re di Francia e la “polis comunale”, trasformano Roma da città a borgo la cui popolazione tocca il suo minimo storico, verosimilmente
35.000 abitanti (alcuni lo indicano in 17.000 al tempo di Clemente V 1305-1314), gli acquedotti continuano a non erogare l’acqua romana, la povertà imperversa
drammaticamente, le inondazioni, le epidemie e i terremoti lentamente, ma inesorabilmente, continuano a tracciare la parabola discendente della città.
Le lotte
tra le principali famiglie romane (Colonna, Caetani, Savelli, ecc.) insanguinano le strade imperiali trasformandole in un perenne campo di battaglia, le distruzioni
punitive di torri e palazzi si verificano con una frequenza impressionante, la guerra tra guelfi e ghibellini imperversa anche all’interno della città dove il papato
dovrebbe risiedere in permanenza ma la presenza dei papi è sempre più rara (Anagni, Tivoli, Viterbo, ecc.). Il definitivo trasferimento del papato ad Avignone con
Clemente V nel 1305, aggrava ulteriormente la situazione in un vortice di guerre, assedi, stragi che si prolungano fino al ritorno a Roma del papato nel 1377, con
Gregorio XI (1370-1378), ma è Martino V (Colonna quindi romano 1417-1431) e successivamente, Nicolò V (1447-1455), a dare vita alla nuova rinascenza romana (…Urbe
Roma in pristinam formam renascente... iscrizione ancora leggibile sulla facciata di Palazzo Manili in Via del Portico d’Ottavia). Indubbiamente sono tempi
difficili e drammatici di totale oscurantismo che deludono Dante e spaventano Petrarca che a Roma vive per un periodo sufficiente a dare della città una descrizione
di solitudine e di miseria. Squarci di luce si avvisano in rari momenti come la creazione dell’università romana da parte di Bonifacio VIII (avrà vita brevissima e
si riaprirà con Innocenzo VII nel 1407) e, ad eccezione di Cola di Rienzo, Roma non forma personaggi di spicco tali da essere ricordati nella politica, nella letteratura,
nella filosofia ma crea una scuola romana della pittura e del mosaico i cui maggiori artefici sono Jacopo Torriti e Pietro Cavallini che, a torto, è ingiustamente
dimenticata quale anticipatrice del rinnovamento dell’arte di cui Giotto è il maggiore artefice.
Note biograficheDi Cavallini si hanno pochissime notizie
biografiche e l’ipotesi che la sua data di nascita sia compresa tra il 1240 e il 50 si basa principalmente sull’analisi critica delle sue opere che ne determina la maturità
artistica insieme ai pochi documenti pervenuti.
Vasari nelle due stesure delle “VITE”, la prima nel 1550 e la seconda nel 1568, indica due diverse date di nascita di
Cavallini solo per evitare un collegamento alla produzione di Giotto in quanto, se Cavallini è operativo prima delle rivoluzione pittorica giottesca, il secondo ne
percepisce l’anticipazione cavalliniana, mentre una data di nascita più vicina al 1300 riporta l’opera di Giotto primaria e unica, priva di qualsiasi influenza specie se
questa proviene da ambienti al di fuori dalla Toscana.
I documenti che sicuramente sono giunti sino a noi confermano tre momenti basilari della vita di Cavallini:
il primo è un atto notorio del 1273 nel quale si cita, quale testimone, tale “Petrus dictus Cavallinus de Cerronibus” (della famiglia nobile dei Cerroni residente
ai Monti nell’area di San Pietro in Vincoli);
il secondo è la firma di Cavallini e la data apposta sui mosaici delle storia di Maria in S. Maria in Trastevere,
ora scomparsi, che ne collocano la realizzazione nel 1291;
il terzo è nei registri Angioini ove risulta la presenza di Cavallini a Napoli nel 1308 per un periodo di
dieci anni.
Basando quindi l’analisi critica delle opere e collegandola a questi tre documenti si può concludere che solo un pittore nella piena maturità può produrre
opere come le storie di Maria (1291) ed essere chiamato alla corte di Carlo II d’Angiò (1308).
Ritornato a Roma, opera ancora attivamente, muore forse nel 1330 e viene
sepolto a San Paolo fuori le mura, sede della sua ultima opera (a questo punto possiamo concordare con il Vasari sulla sua longevità).
Inquadramento artistico
I secoli precedenti all’operatività di Cavallini vedono a Roma e nel Lazio una notevole attività pittorica e musiva e ne sono testimonianze, ancora apprezzabili, i
molti mosaici absidali e gli affreschi ancora leggibili sulle pareti di molte chiese. La conoscenza dei mosaici e degli affreschi nelle ville romane, allora perfettamente
visibili, creano una logica continuità allo stile degli artisti operanti a Roma nelle chiese paleocristiane, come negli affreschi di S. Maria Antiqua voluti da Papa
Giovanni VII (705-707), e successivamente alle decorazione di chiese come la basilica inferiore di S. Clemente, le pareti della navata centrale di S. Giovanni a Porta
Latina, il fronte di San Lorenzo fuori le mura (Onorio III 1216-1227).
La venuta a Roma di artisti provenienti dall’Italia (Venezia, Sicilia, Toscana) e dall’oriente
(Grecia, Turchia) apportano valide informazioni stilistiche che contribuiscono alla formazione di una vera e propria scuola romana che riesce a creare un singolare modo
di aderire alle tendenze bizantine attraverso la nuova interpretazione della tradizione classica, palese nella rappresentazione degli sfondi architettonici, nel colore
e nella decorazione. Anche la tecnica si affina attraverso le opere eseguite dai maestri chiamati a Roma dai papi come nel caso di Onorio III che chiede al Doge l’intervento
di mosaicisti veneziani per il grande mosaico dell’abside della basilica di San Paolo fuori le mura. Sicuramente è Gregorio X, che chiama a Roma nel 1272 Cimabue per un
incarico, a noi sconosciuto, ma sicuramente importante (in S. Pietro?), che certamente Cavallini conosce e forse segue nella realizzazione dell’opera. L’incontro con
Cimabue e con altri artisti presenti a Roma e nelle località dove Cavallini esegue incarichi, (Assisi insieme al Torriti e di nuovo a Cimabue?) influisce positivamente
sulla sua pittura creando una ricchezza cromatica e una ricerca del rilievo attraverso la gradazione del colore con leggerissimi passaggi dalla luce all’ombra.
La cultura pittorica formale di Cavallini si erudisce, supera la staticità bizantina, ricerca l’ambientazione attraverso vari punti di vista prospettici in una stessa
storia, comprende l’importanza delle forme, dei volumi, la drammaticità o la serenità dei volti attraverso la mobilità dello sguardo aprendo nuove strade all’iconografia
gotica.
Cavallini e GiottoVasari afferma, forse per ragioni campanilistiche (i toscani non si discutono!), che Cavallini è stato allievo di Giotto creando
una leggenda che ancora dura: sappiamo con certezza che Giotto è a Roma nel 1313 (documento di una causa intentata da Giotto a tale Lippa da Rieti) per la realizzazione
del mosaico della navicella di San Pietro in Vaticano e che Cavallini è, nello stesso periodo, a Napoli alla Corte di Carlo II d’Angiò. Purtroppo, ancor oggi, Cavallini
è spesso ricordato, frettolosamente, come allievo di Giotto, il fatto in se stesso non è molto importante ma un dato è certo, sicuramente Cavallini vede e apprezza Giotto
ma è altrettanto sicuro che Giotto vede e percepisce la nuova pittura di Cavallini.
Le opere e le località
Sia il Vasari nelle “VITE” che Ghiberti nei
“COMMENTARI”, ricordano le opere di Cavallini osservate nei loro soggiorni romani: la loro testimonianza è un importante elemento di valutazione dell’opera di Cavallini
che, di volta in volta e per quanto possibile, si riporta per un migliore inquadramento storico-critico alla scoperta dei suoi lavori.
S. Paolo fuori le mura
(primo ciclo1277-79, secondo ciclo circa il 1285, mosaico della facciata circa 1327)
Dice il Vasari “…In San Paulo for di Roma fece la facciata che v’è di musaico,
e per la nave di mezzo molte storie del Testamento Vecchio. E lavorando nel capitolo del primo chiostro a fresco alcune cose, vi mise tanta diligenza, che ne riporto
dagl’uomini di giudizio nome d’eccellentissimo maestro…”
Dice Ghiberti “…in Santo Pagolo era di musaico la faccia dinanzi; dentro della chiesa (su) tutte le pareti
della nave di mezzo erano dipinte storie del testamento vecchio. Era dipinto il capitolo tutto di sua mano egregiamente fatte…”
Purtroppo delle opere pittoriche del
Cavallini nulla è rimasto a causa del disastroso incendio che nella notte del 15 luglio 1823 ha distrutto in maniera gravissima la Basilica Ostiense. Affresca una sola
parete della navata centrale con storie del Vecchio testamento su un ciclo precedente, forse del V secolo, dal quale Cavallini, contrariamente all’uso del tempo, non
distacca o sovrappone il nuovo intonaco ma, come un restauratore, riprende le storie e le figure forse ampliando la quadratura del nuovo ciclo. Quanto detto è solo
analisi critica senza alcuna documentazione in quanto dell’opera di Cavallini rimangono solo delle copie eseguite nel 1600 per conto del Cardinale Francesco Barberini
ora nella Biblioteca Apostolica Vaticana.
Per l’esecuzione degli affreschi nella chiesa e nel capitolo si possono teorizzare due periodi di intervento, uno compreso
tra il 1277 e il 1279, l’altro, più tardo, intorno al 1285 mentre per il mosaico della facciata, di cui non si hanno notizie certe, questo potrebbe risalire al 1327.
Il mosaico, molto danneggiato, viene staccato nel 1840 e ricollocato all’interno della Basilica in maniera caotica, smembrandolo, inserendone, parte nell’arco absidale,
e parte nella controfacciata dell’arco trionfale impedendone la visione d’insieme che rimane solo in documenti seicenteschi.
S. CrisogonoDice Vasari
“…facendo ancora nella chiesa di San Crisogono molte strorie a fresco s’ingegnò a farsi conoscer per ottimo discepolo di Giotto e per buono artefice…” (insiste
con la scuola giottesca);
Dice Ghiberti: “…Fu nobilissimo maestro: dipinse tutta di sua mano Santa Cecilia in Trastevere, la maggior parte di
San Crisogono …”.
Nulla è rimasto degli affreschi ma rimane un riquadro in mosaico rappresentante la Madonna con Bambino tra i santi Giacomo e Crisogono
salvatosi dalla violenza barocca forse per la presenza, a fianco della Madonna, del santo titolare della chiesa.E’ probabile che il mosaico facesse parte di
un monumento tombale gotico e che abbia subito nel tempo vari restauri e ampliamenti del fondo dorato per un migliore adattamento alla nuova disposizione.
Santa Maria in Trastevere (data probabile il 1291)
Dice Vasari: “…fece…e in S. Maria in Trastevere moltissime cose colorite per tutta la chiesa in fresco…”
(ignora il ciclo del mosaico della vita di Maria forse per non dover dichiarare la supremazia di Cavallini rispetto a Giotto nella tecnica del mosaico)
Dice
Ghiberti: “…fece istorie (che) sono in Santa Maria in Trastevere di musaico molto egregiamente: nella cappella maggiore sei istorie. Ardirei a dire in muro non
avere veduto di quella materia lavorare mai meglio…”
L’opera a mosaico, sicuramente del Cavallini, rappresenta la vita di Maria e si sviluppa sul catino
absidale in sei riquadri; la certezza dell’attribuzione dell’opera è data dall’iscrizione, ora scomparsa, ove era riportato il nome di Cavallini e la data della
realizzazione nel 1251 (data improbabile essendo Cavallini nato tra il 1240 e il 50). Essendo stata trascritta l’iscrizione nel 1800, si è pensato ad un errore
di trascrizione o originario ma, considerando la capacità tecnica e l’espressione pittorica, molti critici recentemente collocano l’opera tra il 1291 e il 1301.
E’ sicuramente l’opera maggiore di Cavallini dove la sua capacità espressiva, la ricchezza dei colori, dell’ambientazione, del rapporto tra figure e architettura,
la sicurezza nella tecnica, ne testimonia la maturità raggiunta. La tecnica del mosaico si avvicina a quella dell’affresco mediante l’utilizzo di piccole tessere
che costruiscono la fluidità del panneggio, l’espressione dei volti come se fosse il pennello a crearli.
San Pietro in VaticanoDice Vasari:
“…Costui, dunque, essendo discepolo di Giotto, et avendo con esso lavorato nella nave di S. Piero fu il primo che dopo li illuminasse quest’arte e che
cominciasse a mostrar di non essere stato indegno discepolo di tanto maestro…”
Dice Ghiberti: “ … e vedesi dalla parte dentro sopra le porte 4 evangelisti
di sua mano, in santo Pietro di Roma di grandissima forma …..e due figure molto eccellentemente fatte e grandissimo rilievo…ma tiene un poco della maniera antica
cioè greca…”
Della vecchia basilica nulla è rimasto tranne alcuni frammenti di mosaico che rappresentano due angeli provenienti forse dalla navicella della
basilica che Giotto, secondo il Vasari, avrebbe dovuto eseguire, ma la fattura è così Cavalliniana che è comprensibile l’idea che Giotto si sia servito, non
certamente di Cavallini assente da Roma, ma forse dei suoi allievi ai quali affida le figure di contorno.
Santa Cecilia in Trastevere (1293)
Dice
Vasari: “…s’ingegnò farsi conoscer similmente per ottimo discepolo di Giotto e per buon artefice. Parimenti pure in Trastevere dipinse in S. Cecilia quasi
tutta la chiesa di sua mano…”
Dice Ghiberti: “…Fu nobilissimo maestro: dipinse tutta di sua mano Santa Cecilia in Trastevere …”
Da queste due
testimonianze sappiamo che Cavallini dipinge tutte le pareti della chiesa e che le trasformazioni barocche, sia all’interno che all’esterno con aperture
di finestre e nuova facciata, distruggono completamente l’opera pittorica ad eccezione della controfacciata, trasformata in coro in età barocca, che si salva
solo per permettere l’esposizione della figura della Madonna, facente parte dell’affresco, che spicca tra gli scanni lignei. Nel 1900 il coro è smontato e
viene messo in luce parte l’imponente affresco raffigurante il Giudizio Universale devastato nella sua parte superiore dalla nuova facciata realizzata dal
Fuga nel 1725 e inferiore dalla creazione del coro delle monache di clausura. Dell’affresco rimane quindi la sola fascia centrale con il Redentore circondato
da una corona di angeli ai cui lati si dispongono i due gruppi degli Apostoli seduti su scanni preceduti da Maria e da Giovanni Battista in piedi; nella fascia
sottostante a sinistra sono i gruppi dei dannati preceduti dagli angeli che suonano la tromba e a sinistra gli eletti.
Il messaggio che Cavallini lancia
è chiaro, il colore predomina senza l’utilizzo di fondi dorati, l’ambientazione è creata attraverso il movimento dei corpi, lo sguardo del Redentore penetra
e ricorda all’uomo medievale il baratro del peccato.
Santa Maria in Aracoeli (1290)Dice Vasari: “…di non essere stato indegno discepolo di
tanto maestro, (Giotto) quando dipinse in Araceli sopra la porta della sagrestia alcune storie che oggi sono consumate dal tempo…Ma la migliore opera che
in quella città (Roma) facesse fu nella chiesa d’Araceli sul Campidoglio, dove dipinse in fresco nella volta della tribuna maggiore la Nostra Donna col
Figliolo in braccio circondata da un cerchio di sole e a basso Ottaviano imperador al quale la Sibilla Tiburtina mostrando Gesù Cristo, egli l’adora;…”
Ghiberti stranamente non riporta alcuna informazione sulle opere di Cavallini in Santa Maria in Aracoeli.
Nella Chiesa dell’Aracoeli Cavallini ha forse
l’incarico maggiore della sua vita affidatogli forse dalla famiglia Colonna benefattrice della chiesa. Poco è rimasto delle opere del Cavallini che
sicuramente affresca le pareti della navata centrale, l’abside (successivamente demolito per l’ampliamento della chiesa) e molte delle cappelle nelle
navate laterali. Sicuramente di Cavallini, anche se successivamente ampliato e ritoccato, è un affresco raffigurante la Madonna con Bambino tra i Santi
Matteo e Francesco posto nella lunetta gotica sovrastante la tomba del cardinale Matteo d’Aquasparta eseguita forse da Giovanni di Cosma nel 1302.
Recenti restauri hanno messo in luce parte degli affreschi parietali nel sottotetto e ancor più recentemente, nella cappella dedicata a S. Pasquale Baylon,
un affresco centrale raffigurante la Madonna con Bambino tra s. Giovanni Battista e S. Giovanni Evangelista e sulle pareti laterali storie, probabilmente
della vita di S. Pietro, con ambientazione architettonica e decorativa di pregevole fattura tale da ricollegarla a quella attribuita a Giotto nella volta
della Basilica superiore in Assisi crollata nel terremoto del 1997. Altre opere attribuite a Cavallini o alla sua scuola sono presenti nella lunetta a
mosaico della porta laterale e un piccolo mosaico murato nella cappella di Santa Rosa entrambe raffiguranti la Madonna tra Santi.
San Giorgio in VelabroSia Vasari che Ghiberti non riportano alcuna informazione sull’intervento di Cavallini nella chiesa di San Giorgio in Velabro
e con molta probabilità la ragione è data dal fatto che l’affresco absidale non è di Cavallini ma di un suo allievo o di un altro maestro coevo.
Dell’artista manca la validità del colore le figure non esprimono l’umanità di Santa Cecilia i panneggi sono rigidi l’insieme mostra molte indecisioni
che i restauri non hanno certo migliorato.
Tante altre sono le opere attribuite a Cavallini o alla sua scuola e riportare una semplice elencazione
non arricchisce certo la conoscenza dell’artista e del suo genio innovatore; per scoprirlo basta visitare le chiese sopra indicate, tra le più belle di Roma,
e se mai capitasse di trovarsi dinnanzi a un affresco di cui non si conosce l’autore ma suscitasse interesse e commozione, potrebbe essere opera di Cavallini,
pittore romano, il resto non importa.