Inaugurazione mostra: venerdì 16 maggio 2008 ore 18 - performance dal vivo dell'artista. Testi poetici di Emilio Villa,
a cura di Luca Benassi, Elena Ribet e Roberta Minici. Musiche di Arvo Pärt.
Durata mostra: fino a sabato 24 maggio 2008
Indirizzo: Roma - Via Alberto ASCARI, 255 (a 50 mt dal Centro Comm.le I GRANAI)
Orario: no stop 9,30 - 20,00 domenica CHIUSO
Info: 06 5193433 - info@inquadro.it
web: www.inquadro.it
STEFANO GIORGI (Torino 1973)
Nasce come artista contaminato dal mondo dell'architettura e
del design, oltre che dall'insegnamento del disegno e della pittura. La sua formazione di pittore si è svolta all'interno della Scuola di Torino "Ricerche Visive",
con la quale attualmente collabora. Dal 2000 insegna nella scuola Cyan del pittore Carlo Giaccone, laboratorio permanente sulla pittura ad inchiostro di china su
carta di riso.
MATRICI Testo critico di Emanuela Genesio
Chiedersi quale sia
l’influsso preponderante, se un gesto informale alla Wols o un tratto segnico di carattere orientale, è legittimo, ma non è forse riflessione appropriata per
leggere queste opere posate su tela grezza e fatte dialogare nello spazio bianco della galleria. Si direbbe piuttosto che Stefano Giorgi segua spontaneamente
(e intenzionalmente) quella che il noto sinologo François Jullien definirebbe come un’irriducibile ma feconda differenza tra sapere e intuizione, saggezza e
verità, cultura occidentale e cultura orientale. C’è un inevitabile scarto tra i due mondi, ma che è più un luogo di scambio (creativo) che una lontananza
inconciliabile. Il “nudo non è impossibile” sembra sostenere il pittore, parafrasando per sovvertirla la tesi di Jullien nel suo Il nudo impossibile,
nemmeno utilizzando le tecniche orientali dell’inchiostro di china. La sua sfida è veramente ardita, perché la figura anatomica è per definizione la struttura
portante della cultura visiva occidentale, del disegno accademico che è servito per secoli da termine di paragone per giudizi di valore. Quello di Giorgi è
il gesto pittorico di un istante e, come tale, esperito del carattere d’illusione. Tuttavia è anche un resto di figuratività, di un esercizio che parte dalla
copia del reale per estrarne l’essenziale. Nelle sale della galleria sono esposte grandi tele con la stessa figura femminile leggermente inclinata nella parte
inferiore degli arti. Ricorda, secondo le parole dell’artista stesso, lo stereotipo della dea-madre, statuetta millenaria dalle forme generose. In realtà, di
questo stereotipo non è rimasto che quell’inclinazione curiosa delle gambe (né inginocchiata, né appoggiata), che Giorgi sfrutta per ottenere un movimento a
salire dell’immagine e allungarla a partire da un vuoto più o meno centrale. Poiché l’inchiostro di china non permette una rielaborazione prolungata delle forme,
quel resto di figuratività è reso con leggeri rialzi di bianco, piccoli tocchi per dar vita a un viso, o con assenze cercate.
“Credo che l’uomo contemporaneo abbia perso la capacità di vedere le immagini, sommerso dalla loro quantità e
dall’eccessiva strumentalizzazione che oggi si fa dell’immagine. Concepisco la pittura come una possibilità alternativa. Una realtà immersiva in cui il tempo
e lo spazio raffigurato si dilatano e sovrappongono più livelli: nel segno come generatore di senso che rimanda ad un suono tenue ed austero, mentre le forme
che uso sono in ‘dissolvenza’, alterazione ambivalenti di una macchia-figura. C’è qualcosa nel dileguarsi che schiarisce la vista. La mia ricerca artistica è
volta a favorire una percezione della realtà visiva che induca l’osservatore, attraverso l’uso di una iconografia ristretta, ad un superamento della separazione
tra se e mondo, la dicotomia soggetto-oggetto.” Stefano Giorgi