Tommaso Cascella e' nato a Roma nel 1951, dove vive e lavora. La pittura e la scultura sono, per lui, naturali linguaggi frutto di importanti eredità familiari.
Figlio di Pietro, alla cui scuola è maturato come artista, ha svolto poi una ricerca personale oltre i limiti della forma di cui ha esplorato
le archeologie per riuscire a combinare i valori recepiti con un linguaggio letterario astratto. La sua pittura che si esprime con un uso raffinato
della materia, è attenta ad una trasposizione tridimensionale dell’opera, in simbiosi con la sua scultura in bronzo.
I colori sono quelli delle
argille, delle terre, dei cieli e dei muri delle chiese romane. Le sue costruzioni astratte sono cariche di significati e simboli universali che
sottendono ad una narrazione dove i segni neri dei suoi alfabeti si fanno segnali e architetture dagli imprevedibili sviluppi. L’uso del torchio,
che è simile a quello del bisnonno Basilio, lo aiuta nell’esercizio del segno e del colore che sono essenziali alla sua pittura.
Testo autobiografico
di Tommaso Cascella
... scrivere del proprio lavoro è come confessarsi dal prete: si dice quasi tutto e ci si assolve. L'indicibile, il segreto, questo è impossibile
da mettere a fuoco, il vero è incoffessabile, è rimosso, scivola via. Sto parlando del perchè dipingo e di quello che il mio lavoro rappresenta. Posso
caricarlo di significati, posso renderlo "leggibile" con parole appropriate e poetiche, ma rimane sempre inspiegabile quell'imprendibile attimo in cui
ci si domanda del perchè di questo o di quel segno, colore, pausa, graffio.
Mi chiedo perchè dipingo in questo modo?
E, in tutta onestà, non ho
una risposta che possa illuminare lo spettatore. Penso alla mia grafia, e forse, più che un critico, ci vorrebbe un grafologo, un perito di tribunale
che analizzi i tremori, le ripetizioni, le incertezze, che filtri il mio lavoro e possa mettere in evidenza il vero dall'artificioso, l'emozione dalla
sicurezza del mestiere, che possa classificare i segni tra primari e vecchi, tra spigolosi e tondi. Il prossimo catalogo sarà presentato dal Prof.
Tal dei tali che ci spiegherà lo stato d'animo dell'autore dell'opera, il suo grado di calma o nervosismo, la sua verità o falsità.
Ma naturalmente
questo è solo un aspetto della lettura di un quadro, non abbiamo affrontato nulla del suo significato ma solo intorno allo stato emozionale dell'autore.
Ecco che si ripropone la "confessione" che dovrei rendere qui, e dichiarare, una volta per tutte, cosa significano questi miei lavori.
Ma la verità,
come dicevo prima, mi scivola via, non l'afferro, non la percepisco se non in termini didascalici, dando un "significato" a questo o quel segno, un valore
simbolico al colore, un segno musicale alla stesura, alle pause e contrappunti. Sto parlando con il vocabolario dei musicisti, e cosa c'è di più astratto
e "insignificante" della musica? Credo proprio che dopo il grafologo sarà un musicista a scrivere del mio lavoro.
Una cosa mi prende sempre nella pittura
e nella scultura: lo spazio. Il quadro si fa teatro, paesaggio. Le pause tra un segno e l'altro sono animate dal colore, da una pausa dove l'occhio scorre
via come quello di un uccello. Penso che un regista di cinema ci si trovi bene in questi spazi, in questi fotogrammi di una ripresa infinita dove la pittura
prosegue fuori dal quadro/fotogramma, dove la visione è quella d'un unico territorio dove scorrono stagioni e storie, dove i segni sono personaggi di un
teatro antico. Penso che dopo il grafologo ed il musicista, anche il cineasta possa aiutare alla lettura dell'opera.
Parlando di spazio, di pause, di piani,
paesaggio, scultura, credo che l'architettura (mia vecchia passione) possa dare un contributo decisivo per definire il tutto. Quindi la lista dei personaggi
si allunga.
Ma forse, alla fine, vorrei proprio un prete per confessarmi. E' lui il personaggio chiave ma che probabilmente non comprenderebbe nulla delle
mie parole e le ricondurrebbe nel solco di un'etica a lui familiare, ridurrebbe i miei pensieri nei recinti di una storia scritta dai saggi antichi distillando
il bene dal male. Metterebbe paletti e confini e deciderebbe infine nel nome di Dio.
Ma il testo critico del prete non l'avrete mai perchè è legato al segreto
della confessione.
L'unico professionistache potrebbe illuminarvi porterà il segreto con sè.
Un fardello leggero per lui perchè comunque non avrà compreso
nulla dei miei balbettamenti, dei miei graffi, scarabbocchi, urli, lacerazioni, trasparenze, velature, musica, architettura, scultura, sesso, amore, pianti,
risate, ironia, in altre parole, della mia vita.
Ed è proprio questo il senso del lavoro: io non rappresento nulla, accolgo sulla tela la vita e le mie
mani raccontano cose che non so, verità che rimangono oscure ed indicibili se non con balbettii, segni, colori, graffi, simboli, amore.
Forma e colore
di Katja Tassone
I segni sono sospesi in uno spazio di luce blu. Al di sotto, appena percepibile, si stende una coltre di guanciali creati dal caso.
Raggi di sole che si specchiano mille e mille volte in acque cristalline, li avvolgono nel loro effimero manto. Prive di ogni legge geometrica,
le superfici si schiudono armoniosamente su campi fioriti e boschi incantati colmi di luce. E come la luce che, filtrando attraverso un ramo,
trasforma il terrno boschivo in un magico palcoscenico incantato di lampi e danze delle ombre, allo stesso modo il colore dà corpo alle forme.
I colori di Tommaso Cascella emanano energia e vitalità, ma anche una perfetta armonia e serenità. Osservare ogni singolo quadro è come entrare
in uno spazio nuovo, circondato da un'aura, perchè Cascella costruisce, spazio dopo spazio, come un architetto, la propria dimora fuori dal tempo.
L'osservatore che si confronti con l'arte di Cascella entra in uno spazio colmo di ironia e leggerezza, per poi fermarsi nuovamente in un luogo di
riflessione, di filosofia del quotidiano.